Banda larga, il treno da non perdere

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La possibilità di accedere a Internet con una connessione a banda larga di almeno 30 Mpbs è prevista negli obiettivi introdotti dall’Agenda Digitale Europea, l’iniziativa dell’Unione Europea per incentivare l’innovazione nel sistema delle telecomunicazioni tra i suoi stati membri.
Non si tratta di un capriccio, bensì di un requisito strutturale per incrementare la competitività sistemica; infatti, come illustrato dagli indicatori statistici, minori possibilità di accesso a Internet riducono le opportunità di sviluppo e minano i requisiti di investibilità da parte di coloro che vogliono fare impresa.
Ericcson ha misurato in tempi non sospetti gli effetti della diffusione della banda larga sull’economia del Paese: il raddoppio della velocità di banda porterebbe un aumento del PIL dello 0,3%, più un punto percentuale per ogni incremento del 10% della popolazione connessa alla banda larga.

Di contro, l’indisponibilità di connessioni veloci è uno dei fattori scatenanti il c.d. digital divide, o divario digitale, che condiziona pesantemente, fra le altre cose, l’economia del territorio che lo soffre.

L’Italia ancora oggi è una fra le nazioni europee con il più basso indice di numero di accessi a banda larga su rete fissa e con notevoli differenze circa la velocità di accesso tra le grandi aree urbane e le città più piccole.

Questa differenza è dipesa dal fatto che non tutte le aree geografiche sono uguali e, anzi, ne esistono alcune dove il fornitore di connettività non ha la convenienza economica nel portare connessioni più veloci e quindi, dovendo pensare al proprio bilancio, non interviene.
In particolare, il territorio nazionale è suddiviso attualmente in quattro insiemi, detti cluster (A, B, C e D), nei quali sono compresi i comuni italiani a seconda delle loro caratteristiche, per identificare tipologia e costo di intervento per portare la banda larga.
I cluster più redditizi per le aziende di telecomunicazioni private sono A e B, dove si trova circa il 60 per cento della popolazione nazionale e dove sono già presenti infrastrutture per le connessioni veloci; al contrario i cluster C e D sono per definizione considerati aree a fallimento di mercato dove Internet arriva a bassa velocità e dove gli operatori non sono interessati a fare grandi investimenti perché, come già osservato, la stesura dei cavi è molto onerosa e soprattutto non ci sono possibilità di rientro dei propri investimenti in tempi accettabili.
Questo atteggiamento, seppur legittimo per un privato, alimenta una circolarità di problemi che esaspera il gap tecnologico, nazionale ed internazionale, che vive il nostro Paese tanto da renderlo una delle nazioni europee con il più alto tasso di persone non connesse a internet.

Negli ultimi anni il problema del digital divide in Italia è stato relativamente arginato grazie al potenziamento della rete cellulare, in primis grazie alle connessioni 4G: tuttavia una toppa non può compensare un difetto strutturale.
Uno Stato che abbia a cuore il miglioramento della qualità della vita dei propri cittadini deve intervenire: se fino a poco tempo fa la questione sembrava non essere fra le priorità del Governo, ora forse qualcosa sembra essere cambiato.
Circa un mese fa infatti il Governo ha comunicato un ambizioso obiettivo: la copertura entro il 2020 di tutta la popolazione ad una velocità di almeno 30 megabit e il 50% fino a 100 megabit.
Per farlo, il Governo ha eletto Enel come suo partner privilegiato tagliando fuori TIM (ex Telecom Italia): l’azienda energetica è ben vista dal Governo perché questi, al contrario che con TIM, può esercitare un certo controllo essendone l’azionista di maggioranza con il 23,50 per cento delle azioni.
Questo aspetto è estremamente importante se si pensa al fatto che la futura capillarità della rete a banda larga, una volta ultimata, sarà necessariamente un asset strategico per il Paese.
Inoltre, se da una parte l’azienda non ha, ancora, una rete in fibra ottica idonea allo sviluppo del progetto, dall’altra sta organizzandosi per averla, cercando fra l’altro di mettere le mani su Metroweb, l’azienda milanese che ha investito in una rete proprietaria in fibra ottica di circa 375.000 km.
Una fusione con Metroweb, controllata da Cassa depositi e prestiti e dal fondo infrastrutturale F2i, consentirebbe a Enel di sfruttarne rete e competenze e di essere più competitiva nei confronti di TIM, che pure ha un piano di sviluppo della rete veloce sul territorio nazionale.
Metroweb interesserebbe anche a TIM che però, secondo le dichiarazioni l’AD Flavio Cattaneo, non ne ritiene l’acquisizione rilevante per la realizzazione del suo piano per la rete.

A prescindere dalle logiche di palazzo e qualunque siano i passi operativi del Governo e delle aziende coinvolte, la priorità soggiacente è che l’Italia venga cablata nel corso dei prossimi anni in modo da incentivare l’economia digitale che, affiancata a politiche di smart working, potrebbe rappresentare concretamente lo stimolo per la rinascita del Paese e per l’arresto dell’emorragia di talenti che emigrano verso l’Estero in cerca di uno scenario migliore.

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