La produzione mondiale di olio d’oliva si presenta in costante espansione ma, soprattutto all’interno del mercato europeo, le modalità di identificazione del prodotto non sono particolarmente chiare.
Infatti, a causa di una normativa miope, i consumatori non riescono a comprendere velocemente dalle etichette delle confezioni dove e come sia stato ottenuto l’olio di cui vogliono servirsi e quindi paragonarlo ad altri prodotti per fare scelte consapevoli.
L’innovazione interviene e propone un’interessante soluzione per ottenere dati scientifici e non affetti dalle incertezze collegate alle diverse filiere degli oli prodotti.
La tecnologia al servizio dell’olio extravergine d’oliva
I ricercatori dell’Università La Sapienza di Roma hanno messo a punto un’applicazione in campo agroalimentare: alcuni biosensori esaminano l’olio extravergine valutandone caratteristiche biologiche e molecolari tramite il diffrattometro Edxd, una speciale apparecchiatura che utilizza i raggi X.
Le misurazioni, riguardanti caratteristiche qualitative degli oli (acidità, attività antiossidante, numero di perossidi e contenuto di polifenoli) direttamente sul luogo di produzione o di confezionamento, vengono poi confrontate con le informazioni contenute in una banca dati sugli oli extravergini e quindi se ne stabilisce la classificazione e provenienza.
Anche in materia alimentare i big data garantiscono trasparenza
La possibilità di accertare territorio di origine e qualità di uno dei prodotti caratteristici della filiera alimentare made in Italy è non solo un valore aggiunto ma una necessità in un settore in cui l’Italia si confronta con altri Paesi produttori, come Spagna, Grecia e Portogallo e in cui la contraffazione è un fenomeno pericolosamente crescente.
Ecco quindi che i big data trovano l’ennesimo campo applicativo e diventano sinonimo di trasparenza e garanzia per il consumatore.