Open Data 200, l’analisi sulle imprese italiane che utilizzano gli open data

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Come comprendere l’impatto degli open data in Italia con particolare riferimento alle imprese italiane che li utilizzano?

La Fondazione Bruno Kessler ha provato a rispondere con un’iniziativa estremamente interessante che ha richiesto una gestazione di circa due anni.

Ha visto infatti la luce il progetto Open Data 200 Italia che ripropone, in ambito nazionale, il modello dell’omologo americano Open Data 500 sviluppato dal GovLab – New York University.

Non si tratta di un semplice rapporto frutto di un censimento ma un’iniziativa che stimola l’interazione sul tema degli open data fra istituzioni e imprese per facilitare l’incontro fra domanda e offerta, supportata dall’organizzazione e dalla sensibilità al tema tecnologico di Fondazione Bruno Kessler.

376 le aziende coinvolte attraverso la compilazione di un questionario online per raccogliere le prima macro-informazioni sulla propensione all’uso degli open data da parte delle imprese.

A queste informazioni si sono aggiunte le interviste per verificare l’effettivo uso degli open data e le loro modalità: le aziende più attive sono risultate essere quelle dei settori tecnologici, del software, del geospaziale & mapping ma anche lato educational le modalità impiego sono apparse soddisfacenti.

Molto indietro il settore finanziario.

ISTAT e OpenStreetMap sono le fonti più accreditate di open data

Le fonti più accreditate per l’utilizzo degli open data sono l’ISTAT, tramite il suo portale di dati aperti, e i repository di dati aperti geografici come gli Open Government Data o quelli raccolti da OpenStreetMap.

Generalmente il mercato italiano appare immaturo, soprattutto perché i modelli di business basati sugli open data stentano a essere sostenibili: in controtendenza però alcuni casi come quelli offerti da Planeteck Italia di Bari che impiega dati satellitari open, DEPP con il progetto OpenCoesione, ma anche OpenMove, azienda attiva nell’ambito dei trasporti, o MySnowMap che utilizza gli open data per mappare l’innevamento sull’arco alpino.

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