Smart working, la digital transformation rivoluziona il mondo del lavoro

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La digital transformation, ovvero l’insieme di cambiamenti indotti dal digitale, interessa ormai a pieno titolo anche i modelli di lavoro che, progressivamente, stanno conoscendo nuove procedure e nuove modalità di relazione.

Lo smart working, o lavoro agile, è il simbolo di questo processo ed è fortemente voluto dall’attuale Governo che, dopo l’approvazione del Consiglio dei Ministri del DDL 2233, lo ritiene un completamento del Jobs Act.
Ma di cosa si tratta?
Lo smart working è una modalità flessibile di esecuzione del rapporto di lavoro subordinato allo scopo di incrementare la produttività e agevolare la conciliazione dei tempi di vita e di lavoro grazie a soluzioni software che consentano il lavoro da remoto, all’IoT e alla realizzazione di soluzioni di building automation.
Di più, il lavoro agile è quel lavoro che può essere svolto in parte all’interno dei locali aziendali e in parte all’esterno, seguendo però gli orari previsti dal contratto di riferimento e prevede l’assenza di una postazione fissa durante i periodi di lavoro svolti all’esterno dei locali aziendali.

Nel concreto, il lavoratore non legherà più la propria produttività necessariamente ad un luogo fisico (ad esempio l’ufficio) ma potrà, avvalendosi dei mezzi concessi dalle nuove tecnologie, espletare le proprie mansioni da remoto nel luogo più idoneo.

Il vantaggio è evidentemente legato ad un incremento della qualità della vita del dipendente a fronte di un maggiore risparmio da parte dell’azienda che potrà dotarsi di strutture più snelle ed efficienti; inoltre più orari flessibili e luoghi di lavoro esterni alla sede aziendale (o condivisi) per conciliare tempi di vita e di lavoro e migliorare la produttività.

Nel 2015, secondo l’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano, il 17% delle grandi imprese italiane ha già avviato dei progetti organici di smart sorking, introducendo in modo strutturato nuovi strumenti digitali, policy organizzative, comportamenti manageriali e nuovi layout fisici degli spazi (lo scorso anno erano l’8%).
Basti pensare che Sàfilo, azienda padovana leader nell’eyewear di alta gamma, ha avviato una sperimentazione inerente allo smart working lo scorso aprile, con un’adesione su base volontaria.
Chi aderisce dedica il 20% del proprio orario a questa modalità ed è dotato dall’azienda degli strumenti tecnologici necessari.
Tuttavia le PMI rimangono ancora restie all’adozione di questa nuova modalità di lavoro: solo il 5% ha già avviato un progetto strutturato di smart working, il 9% ha introdotto informalmente logiche di flessibilità e autonomia, oltre una su due non conosce ancora questo approccio o non si dichiara interessata.

E’ possibile che la tiepida accoglienza da parte delle imprese più piccole sia dipesa dal fatto che questo nuovo approccio richieda il superamento di una barriera culturale diffusa nella nostra tradizione imprenditoriale che vede il rapporto tra datore di lavoro e lavoratore come una relazione gerarchicamente orientata e non come una collaborazione verso il bene comune (ossia il successo dell’azienda).
E’ evidente infatti che sia necessario responsabilizzare maggiormente il lavoratore che dovrà determinare e attuare la migliore gestione possibile fra tempi di lavoro e di vita personale senza che il datore di lavoro perda produttività e senza che il lavoratore reprima il proprio tempo libero.

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