BeCamGreen, big data e intelligenza artificiale per ridurre il traffico

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I percorsi di trasformazione digitale coinvolgono diversi settori: fra questi, tra i più attivi durante l’ultimo periodo, c’è sicuramente il mondo della mobilità.

L’interesse verso un radicale miglioramento della mobilità attraverso l’innovazione portata dalla disponibilità di nuove tecnologie è sicuramente collegato ad una maggiore attenzione verso l’ambiente e verso la destinazione delle risorse energetiche di origine fossile che richiedono un forte ridimensionamento.

Per questo motivo Indra e Politecnico di Milano hanno avviato una collaborazione attorno al progetto BeCamGreen, un sistema in grado di permettere ai gestori delle infrastrutture di trasporto di definire strategie in grado di migliorare la circolazione veicolare.

Big data e intelligenza artificiale per ridurre il traffico

Con il ricorso ai big data, alla visione artificiale, al deep learning e alle analisi multispettrale, il progetto BeCamGreen sfrutta tecnologie precedenti per identificare in tempo reale e con alta precisione il tipo di veicoli presenti sulla strada e il numero di persone a bordo dei mezzi in circolazione.

La sensoristica multispettrale e le videocamere avanzate infatti, combinate con algoritmi volti all’elaborazione di immagini in tempo reale, permettono di rilevare la presenza umana evitando errori e quindi fornendo una stima precisa di cosa stia succedendo sulla strada.

La mappatura permette di comunicare ai responsabili della filiera del trasporto, compresi i parcheggi, di impostare le scelte migliori per ridurre il numero di mezzi circolanti incentivando il trasporto pubblico, i veicoli ad alta occupazione e a bassa emissione.

Per esempio, il sistema potrebbe comunicare la presenza ricorrente di picchi di traffico per cui il gestore pubblico della circolazione degli autobus potrebbe decidere di incrementare il numero di corse in una specifica fascia oraria.

O ancora potrebbero essere applicati sconti o sanzioni, tariffe variabili per parcheggi o pedaggi, l’apertura o la chiusura di alcune aree al traffico in base ai viaggiatori, al tipo di veicolo utilizzato o il riposizionamento delle flotte di car sharing.

Il risultato atteso è un miglioramento del traffico con una riduzione del rumore generato e un aumento della qualità dell’aria.

Insomma, BeCamGreen vuole automatizzare un processo che attualmente viene effettuato manualmente e con risultati non particolarmente confortanti data l’impossibilità di porre in essere azioni di veloce implementazione data la rapidità con cui si sviluppano e risolvono le situazioni di congestione sulla strada.

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Industria 4.0, a Udine un nuovo corso di laurea dedicato a IoT e big data

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L’innovazione modifica profondamente anche la formazione universitaria che recepisce sempre più con maggiore velocità le evoluzioni del mondo tecnologico.

A Udine infatti è stato avviato il corso di laurea Internet of Things, Big Data & Web, un progetto formativo pilota che ha come obiettivo la formazione di esperti nei settori dell’internet delle cose, dei big data, del machine learning ma anche del web e dei social.

Il nuovo corso di laurea è strutturato per fornire allo studente le tecnologie e i mezzi necessari per comprendere e mettere a frutto le competenze digitali specialmente nei settori della scienza dei dati (big e open data) e dell’IoT (Internet of Things) offrendo anche una solida base teorica di tipo matematico, statistico e informatico affinché sia possibile una prosecuzione degli studi verso una laurea magistrale o un master.

Una laurea pratica rivolta all’Industria 4.0

Il corso di laurea però prevede anche moltissima pratica e la possibilità di svolgere un tirocinio aziendale affinché lo studente possa trovare velocemente una collocazione nel crescente mondo che orbita attorno all’industria 4.0.

Del resto, è facile comprendere come si possano strutturare interessanti sinergie fra la formazione erogata dall’Università di Udine e, per esempio, la fabbrica digitale di McKinsey che sorge a pochi chilometri di distanza.

La decisione di lanciare questa iniziativa risponde alla rapida evoluzione e differenziazione delle discipline informatiche ed è una sorta di evoluzione del precedente corso in “Tecnologie web e multimediali”.

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I miei dati contano, il manifesto che pone le persone al centro dell’economia digitale

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Le organizzazioni di consumatori di Brasile, Belgio, Italia, Portogallo e Spagna si sono trovate a Bruxelles per condividere insieme un manifesto che pone le persone al centro dei big data.

#MyDataisMine, questo il nome dell’iniziativa raggiungibile sul sito www.mydataismine.com e sull’omologo italiano i miei dati contano, ha l’obiettivo di mettere la persona al centro dell’economia dei dati che è in fortissima crescita con un valore a livello Ue stimato a più di 700 miliardi di euro, il 4% del Pil, entro il 2020.

I miei dati contano: le persone al centro dell’economia digitale derivante da Big Data e IoT

Lo scopo ultimo è quello di rendere i Big Data e l’IoT strumenti di libertà anziché di condizionamento dell’autonomia di scelta.

Infatti, i player sul mercato utilizzano i dati generati dagli utenti per supportare l’innovazione creando nuove economie di scala e adeguando le offerte ai bisogni individuali.

Ma se il valore prodotto dalla presenza dei dati e della loro analisi è significativo, è giusto che parte del valore generato ritorni agli utenti stessi affinché non siano un ulteriore strumento di profilazione spinta.

Il manifesto si pone tre macro obiettivi:

  1. assicurarsi che i dati personali e la privacy dei consumatori siano rispettati;
  2. sia prevista l’opportunità per le persone di giocare un ruolo chiave nella nuova economia;
  3. siano stabilite le condizioni di un’economia digitale che garantisca ai consumatori la giusta parte dei profitti in un ambiente economico stabile e sicuro.
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Citizen science, Safecast e bGeigie in Italia per sensibilizzare i cittadini al monitoraggio ambientale

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Safecast, il progetto nato subito dopo il maremoto giapponese del 2011 che causò gli incidenti alla centrale nucleare di Fukushima, sbarca in Italia insieme al kit fai-da-te bGeigie nell’ambito di un piano di sensibilizzazione civica al monitoraggio ambientale condotto tramite la citizen science.

Dal 6 al 24 marzo, presso l’Ictp di Trieste, si terrà infatti un workshop incentrato sul coinvolgimento e la sensibilizzazione dei cittadini nei confronti del monitoraggio ambientale condotto tramite una rete di soggetti privati coinvolti nelle attività di analisi.

Tre settimane di corso per 30 partecipanti provenienti da Paesi in via di sviluppo serviranno a trasmettere come raccogliere in maniera autonoma i dati sulla radioattività e condividerli liberamente.

Durante il corso sarà prestata grande attenzione all’analisi e alla visualizzazione di grandi quantità di dati, all’impiego di strumenti software open source e infine allo sviluppo di sistemi in grado di organizzare e rappresentare informazioni geografiche creando mappe digitali.

L’iniziativa nasce sulla base dell’esperienza del progetto di citizen science Safecast che, in Giappone, è servito a rispondere all’esigenza di porre rimedio alla scarsità di informazioni affidabili e accurate sul livello delle radiazioni disponibili pubblicamente.

All’indomani del disastro di Fukushima infatti, un gruppo di ricercatori, osservando la scarsa quantità di dati in loro possesso, decise di studiare un approccio alternativo.

Safecast: citizen science al servizio dell’ambiente

Non più pochi dati di altissima qualità frutto di un numero esiguo di misurazioni compiute con strumenti di altissimo livello di precisione ma molti dati prelevati con strumenti che offrono un livello precisione inferiore per poi normalizzarli, migliorandone la qualità, tramite appositi algoritmi di lavorazione per i big data.

Nell’immediatezza di doversi dotare di appositi strumenti facilmente reperibili e impiegabili sul campo, nacque di conseguenza anche bGeigie, un kit fai-da-te costituito da un contatore Geiger e una memoria per immagazzinare i dati.

Grazie all’impiego di bGeigie e alle intuizioni dei ricercatori del progetto Safecast si è riusciti a creare un modello replicabile a livello internazionale basato sugli open data, su un network di volontari sparsi in tutto il mondo e animato dai valori di apertura e condivisione tipici dei movimenti open access che sostengono il libero accesso e la circolazione senza restrizioni di informazioni, codici sorgente e risultati scientifici.

Il progetto Safecast, divenuto ad oggi una vera e propria rete, sta sviluppando sistemi di tracciamento e analisi applicati anche ad altri ambiti come la qualità dell’aria sempre sfruttando l’approccio citizen science: i cittadini si recheranno nei luoghi su cui spesso l’autorità pubblica non ha un interesse diretto.

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Big data e privacy, le profilazioni massive minano la libertà individuale

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Acquistare un libro da leggere o prenotare il luogo delle vacanze possono essere decisioni molto banali ma insieme alle preferenze per la gestione dei risparmi, la modalità di assunzione di forza lavoro online o la ricerca di informazioni sulla propria salute esse prendono un significato molto diverso e rischiano di condizionare la propria libertà futura.

Nasce nell’ambito del convegno Big Data e Privacy, la nuova geografia dei poteri, organizzato a Roma in occasione della Giornata europea della protezione dei dati, la riflessione su quanto e come la democrazia per come la conosciamo, possa essere messa in discussione o addirittura in serio pericolo.

L’allarme è stato lanciato dal presidente dell’Autorità garante per la protezione dei dati personali.

Big Data e privacy: tante informazioni in mano alle multinazionali digitali

La riflessione alla base di tale pensiero nasce in un panorama nel quale esiste il rischio di consegnare a poche multinazionali digitali la supremazia economica o anche, addirittura, il potere di conoscere i fenomeni che possono influenzare e guidare il nostro sapere.

Il convegno si è aperto con diverse riflessioni su quanto ormai chiunque sia catalogato e quasi spersonalizzato all’interno di profilazioni sempre più puntuali e precise.

Si è affrontato il tema dell’innegabile utilità dei Big data e delle molteplici potenzialità che queste estese raccolte di dati possono avere.

Con un’eccessiva e sempre più accurata profilazione, si corre il rischio di spersonalizzare e condizionare un numero sempre maggiore di persone, potenzialmente l’umanità intera. La sfida è infatti quella di riuscire a mettere in atto maggiori regolamentazioni degli operatori tecnologici e riformare il quadro giuridico europeo.

Di vitale importanza sarà dunque anche una nuova e sempre maggiore consapevolezza da parte dell’opinione pubblica.

In Italia, ad esempio, pare che oltre il 30% della popolazione ignori l’importanza dei Big data, necessitando dunque un’alfabetizzazione in materia e un’educazione mirata per capirne rischi e potenzialità.

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Ericsson@School prepara gli studenti al mondo del lavoro attraverso il digitale

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Ericsson, la multinazionale svedese attiva nel settore tecnologico intraprende un percorso formativo per introdurre i giovani al mondo del lavoro tramite l’utilizzo delle nuove tecnologie.

In occasione dell’evento Scuola, competenze, innovazione tenutosi presso l’Istituto Superiore Leopoldo Pirelli di Roma. Ericsson ha lanciato il programma Ericsson@School.

Nato dal protocollo d’intesa sottoscritto lo scorso 6 luglio dal Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca e da Ericsson Italia, il progetto punta a sostenere lo sviluppo del sistema educativo e formativo italiano attraverso il digitale con lo scopo di preparare i giovani a inserirsi nel mondo del lavoro.

Ericsson@School è strutturato in tre importanti fasi presso la Scuola Leopoldo Pirelli, completate da un’attività di volontariato da parte dei dipendenti di Ericsson in Italia.

Ericsson@School: un programma tripartito

La prima fase si basa sull’alternanza scuola-lavoro: gli studenti coinvolti acquisiranno competenze specializzate in ambito tecnologico e digitale, con dei focus specifici su cloud, IoT (Internet delle Cose), big data e reti 5G.

La seconda fase invece permette agli studenti di fruire di una versione dedicata della Ericsson Academy, la piattaforma cloud per e-learning normalmente destinata alla formazione di dipendenti, clienti e partner di Ericsson.

In questo modo gli studenti potranno ampliare il proprio sapere su tematiche di business e sulle recenti tecnologie per la gestione delle reti di telecomunicazione, senza limitazioni di tempo o di spazio e a ritmo personalizzato.

Infine sarà garantito l’accesso alla Digital School: un’iniziativa che prevede la digitalizzazione della scuola.
Infatti la Digital School di Ericsson prevede l’installazione nell’istituto Pirelli di un totem dotato di schermo touch, wi-fi e servizi IT integrati.
Il totem sarà fruibile da studenti, insegnanti, genitori e personale amministrativo: permetterà di richiedere certificati e permessi ma anche consultare l’orario delle lezioni o del ricevimento dei professori e poter leggere eventuali altre informazioni connesse.
Consentirà infine di potersi documentare autonomamente sulle attività extrascolastiche nonché effettuare pagamenti relativi ai contributi scolastici ed accedere ai corsi online della Ericsson Academy.

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Nasce il Team per la Trasformazione Digitale, l’Italia punta sui talenti

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Che l’Italia dovesse cambiare passo dal punto di vista del digitale era chiaro.
Gli sforzi profusi nell’ultimo biennio sono stati importanti, in primo luogo per l’ambizioso tentativo di portare agli italiani lo SPID, un’unica identità digitale attraverso cui efficientare il rapporto con la Pubblica Amministrazione.

SPID: una grande innovazione in sordina

Lo SPID è sicuramente il tassello fondamentale per proiettare il nostro Paese nell’era digitale.
Eppure si è da sempre avvertita una mancanza di incisività nella sua promozione, a causa della difficoltà di adozione sperimentata dai cittadini e che ha costretto AgID a creare su Facebook un gruppo di supporto.
Ma il vero problema è sicuramente orbitante nell’ambito della comunicazione e, quindi, della formazione digitale verso i cittadini più resistenti: impegno che Smart Nation sta cercando di portare avanti sul territorio anche attraverso iniziative come lo #SmartDay.

Un nuovo vertice per il digitale italiano

In questo mesi il Governo ha capito di dover apportare qualche cambiamento alla propria macchina digitale e così ha richiamato in patria Diego Piacentini, Vice Presidente di Amazon, con lo specifico obiettivo di dare una decisa scalata di marcia.
A pochi giorni dall’ufficializzazione delle dimissioni da Digital Champion da parte di Riccardo Luna, si apre così la strada a Diego Piacentini, formalmente insediatosi il 17 agosto a Palazzo Chigi, come Commissario Straordinario per l’attuazione dell’Agenda Digitale.
Ed è di poche ore fa il sui annuncio, tramite un post sul proprio account ufficiale di Medium, di voler creare una squadra di talenti per la rivoluzione digitale che l’Italia sta aspettando da troppo tempo.

L’obiettivo è quello di rendere i servizi pubblici per i cittadini accessibili nel modo più semplice possibile tramite dispositivi mobili e con l’utilizzo di architetture sicure, scalabili, altamente affidabili e basate su interfacce applicative (API) chiaramente definite.
Allo stesso tempo supportare le pubbliche amministrazioni centrali e locali nel prendere decisioni migliori e il più possibile basate sui dati, grazie all’adozione delle più moderne metodologie di analisi e sintesi dei dati su larga scala, quali Big Data e Machine Learning.

L’intervista completa è disponibile qui.

Non sono mancate però critiche al progetto, come indicato da Andrea Lisi, Presidente ANORC e promotore del gruppo Italian Digital Minions.

Pur non condividendo il pessimismo intrinseco nelle valutazioni di Lisi, queste devono essere tenute conto per garantire la massima chiarezza che, in fatto di Res publica, deve essere necessariamente assicurata.
Altrimenti che senso avrebbe l’impegno sul fronte della trasparenza che nel CAD e nel Terzo Piano OGP, recentemente approvati e in fase di implementazione, trova la sua massima espressione?

Il è raggiungibile tramite l’account Twitter @teamdigitaleIT e su Medium.

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Bosch semplifica la ricerca del parcheggio

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Creare un sistema di posteggio intelligente, ecco l’idea semplice ma ancora inesplorata di Bosch che ha raccolto il consenso di Daimler e Mercedes-Benz.
Il progetto, ora in fase di sperimentazione a Stoccarda, mira all’installazione di sensori a ultrasuoni all’interno dell’abitacolo delle auto in circolazione al fine di utilizzarle come strumenti di individuazione di parcheggi.

Il community-based parking: trovare un parcheggio diventa un’attività condivisa

Dire addio a tutto il tempo speso alla ricerca di spazio libero e parcheggi disponibili, chi non vorrebbe che fosse possibile?
L’idea è molto semplice: fare in modo che siano proprio i nostri veicoli in modo automatico e silenzioso a segnalare alle altre auto la presenza o meno di parcheggi liberi.
Tutto accadrà in tempo reale tramite IoT e cloud.

Una sorta di virtuale banca dati dei parcheggi liberi con la localizzazione precisa del posto e dello spazio a disposizione per il posteggio.
Sono i sensori a ultrasuoni i veri protagonisti di questa sperimentazione già iniziata all’interno di taxi e mezzi pubblici che circolano costantemente ed esplorano la strada viaggiando a velocità fino a 55km/h.

Quello che accade una volta che i posti disponibili vengono localizzati è una semplice trasmissione con connessione sicura dei dati raccolti. Le informazioni vengono inviate dal Daimler Vehicle Backend al Bosch IoT Cloud per essere analizzate.

A quel punto gli spazi identificati come liberi vengono analizzati per capire se sono effettivamente parcheggi utilizzando attività di data-mining.
Questo è utile ad esempio per escludere che una continua segnalazione di un posto libero su una strada particolarmente frequentata non sia solo un passo carrabile piuttosto che un parcheggio effettivo.

Le vetture del marchio Mercedes, e qui nasce appunto l’intuizione, sono giù connesse tra loro tramite una rete intelligente, se quindi fossero anche equipaggiate con i giusti sensori, sarebbe possibile generare dati in grado di fornire le informazioni necessarie sulle strada circostante e dunque anche sulla presenza di parcheggi e spazio libero.

Rendere il momento del parcheggio un’attività condivisa, questa la scommessa dei due colossi Bosch e Mercedes. Non ci resta che attendere.

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Industria 4.0, McKinsey lancia un progetto pilota di fabbrica digitale

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Il rilancio dell’industria italiana passa attraverso il digitale: con la completa digitalizzazione della catena di montaggio infatti è possibile efficientare la produzione calcolando in ogni passaggio il tasso di produttività delle macchine, degli adetti nonché l’impiego della materia di prima necessaria alla produzione.

I sensori digitali monitorano ogni processo produttivo e raccolgono dati che vengono poi analizzati per incentivare miglioramenti nel processo produttivo.
Il risultato è un prodotto più sostenibile, meno costoso e soprattutto tarato sui bisogni contingenti senza sprechi, praticamente on demand.

Questo è lo scenario a cui si assiste a Pordenone dove è nata la fabbrica pilota 4.0 grazie ad una sinergia fra McKinsey e Unindustria Pordenone.

Digital Fabrication: il nuovo modo di fare industria

L’industria 4.0 si basa su una successione di livelli di azione.
L’inizio è costituito dall’utilizzo dei dati come strumento per creare valore: l’adozione di big data e open data permette di prelevare una quantità considerevole di informazioni dalle macchine.
Il passaggio successivo è rappresentato dall’analisi di questi dati affinché si possano identificare eventuali punti di inefficienza.
Il terzo passaggio riguarda l’interazione uomo-macchina: ovvero come istruire le macchine tramite interfacce e linguaggi al fine di migliorare lo scenario che è stato costruito nei precedenti livelli.
Infine l’ultimo passaggio riguarda la digital fabrication (o fabbricazione digitale), ovvero l’identificazione dei metodi e degli strumenti migliori per produrre i beni come ad esempio il ricorso alla stampa 3D o ai robot.

Produrre quello che serve quando serve appunto, potendo modulare la produzione in relazione alle richieste del mercato ed abbattendo i costi di stoccaggio e logistica rappresenta una chiara innovazione che viene recepita in un distretto industriale, quello di Pordenone, dove si concentrano la filiera del mobile e del bianco ossia degli elettrodomestici.

Non a caso l’innovazione di McKinsey si propone ad aziende come Electrolux di Porcia e alla stessa Ikea come laboratorio per innovare i processi in modo da recuperare produttività.

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Big data e biosensori per stabilire origine e qualità dell’olio

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La produzione mondiale di olio d’oliva si presenta in costante espansione ma, soprattutto all’interno del mercato europeo, le modalità di identificazione del prodotto non sono particolarmente chiare.
Infatti, a causa di una normativa miope, i consumatori non riescono a comprendere velocemente dalle etichette delle confezioni dove e come sia stato ottenuto l’olio di cui vogliono servirsi e quindi paragonarlo ad altri prodotti per fare scelte consapevoli.

L’innovazione interviene e propone un’interessante soluzione per ottenere dati scientifici e non affetti dalle incertezze collegate alle diverse filiere degli oli prodotti.

La tecnologia al servizio dell’olio extravergine d’oliva

I ricercatori dell’Università La Sapienza di Roma hanno messo a punto un’applicazione in campo agroalimentare: alcuni biosensori esaminano l’olio extravergine valutandone caratteristiche biologiche e molecolari tramite il diffrattometro Edxd, una speciale apparecchiatura che utilizza i raggi X.
Le misurazioni, riguardanti caratteristiche qualitative degli oli (acidità, attività antiossidante, numero di perossidi e contenuto di polifenoli) direttamente sul luogo di produzione o di confezionamento, vengono poi confrontate con le informazioni contenute in una banca dati sugli oli extravergini e quindi se ne stabilisce la classificazione e provenienza.

Anche in materia alimentare i big data garantiscono trasparenza

La possibilità di accertare territorio di origine e qualità di uno dei prodotti caratteristici della filiera alimentare made in Italy è non solo un valore aggiunto ma una necessità in un settore in cui l’Italia si confronta con altri Paesi produttori, come Spagna, Grecia e Portogallo e in cui la contraffazione è un fenomeno pericolosamente crescente.
Ecco quindi che i big data trovano l’ennesimo campo applicativo e diventano sinonimo di trasparenza e garanzia per il consumatore.

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