Open Meter, al via i nuovi contatori digitali di Enel

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Si chiama Open Meter ed è il nuovo contatore di seconda generazione a firma Enel. L’ideatore del nuovo contatore è l’architetto Michele De Lucchi che insieme a E-distribuzione ha presentato il progetto all’auditorium Enel di Roma.

Alla presenza del Presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, Enel, da sempre protagonista a livello mondiale nella transazione energetica, ha annunciato un investimento per 4,3 milioni di contatori, il coinvolgimento di 250 imprese e 4000 persone in campo, per sostituire entro i prossimi 15 anni, oltre 41 milioni di contatori dei quali quasi 32 milioni già entro il 2021 (installandone ben 29 milioni nel residenziale e 3 milioni nell’industria).

Il piano di sostituzione Smart Meter punta ad un risparmio effettivo tra il 2 e il 6% dei consumi elettrici e, non da meno, creerà lavoro.
Sembra proprio che l’operazione di Enel porterà nuovo ossigeno all’economia italiana collocando la maggior parte del lavoro di sostituzione dei contatori nel biennio 2018/2019.

Open Meter, l’innovazione di Enel sta nella digitalizzazione

Ma qual è la vera innovazione di Open Meter? Il lavoro di digitalizzazione ad opera di Enel parte nell’ormai lontano 2001 con un progetto pionieristico che prevedeva la possibilità di lettura dei contatori da remoto.

Il contatore elettronico è stato solo la rampa di lancio per lo sviluppo di reti intelligenti.

Arrivando ad oggi, il contatore Enel di nuova generazione è in grado di rilevare ogni quindici minuti il consumo energetico e di stabilire un preciso profilo di consumo giornaliero. Quello che si paga, dunque, è solo l’effettivo consumo con la possibilità inoltre di effettuare diagnostica evoluta sfruttando il capillare e costante monitoraggio della rete grazie alle informazioni registrate in cloud.

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In Italia gli studi professionali sono resistenti all’innovazione

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L’interesse per la tecnologia da parte degli studi professionali è alto ma purtroppo i progetti di trasformazione digitale che potrebbero efficientare la loro struttura stentano a decollare.

Questo è lo spaccato che emerge dall’ultimo studio Osservatorio professionisti e innovazione digitale del Politecnico di Milano: avvocati, commercialisti e consulenti del lavoro sono consapevoli della loro scarsa attitudine al mondo del digitale ma la formazione fatica a uscire dall’ambito giuridico.

D’altra parte lo smart working sta prendendo piede anche se l’uso degli smartphone e tablet è ancora relegato alle operazioni più basiche come telefonare, controllare agenda e utilizzare la propria casella e-mail.

Gli studi professionali non abbracciano l’innovazione e gli strumenti in cloud

In Italia ci sono circa 165 mila studi professionali, di cui 80mila legali, 60mila commercialisti, 60mila di consulenza del lavoro e 15mila multidisciplinari: un numero impressionante di potenziali utilizzatori delle tecnologie digitali che però non sembrano convinti dall’uso di strumenti tecnologici come le piattaforme cloud, i gestionali online e le soluzioni per la comunicazione istantanea.

L’anello mancante è una consolidata cultura digitale, frutto di investimenti sull’acquisizione delle competenze digitali e in generale sul capitale umano.

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Bosch semplifica la ricerca del parcheggio

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Creare un sistema di posteggio intelligente, ecco l’idea semplice ma ancora inesplorata di Bosch che ha raccolto il consenso di Daimler e Mercedes-Benz.
Il progetto, ora in fase di sperimentazione a Stoccarda, mira all’installazione di sensori a ultrasuoni all’interno dell’abitacolo delle auto in circolazione al fine di utilizzarle come strumenti di individuazione di parcheggi.

Il community-based parking: trovare un parcheggio diventa un’attività condivisa

Dire addio a tutto il tempo speso alla ricerca di spazio libero e parcheggi disponibili, chi non vorrebbe che fosse possibile?
L’idea è molto semplice: fare in modo che siano proprio i nostri veicoli in modo automatico e silenzioso a segnalare alle altre auto la presenza o meno di parcheggi liberi.
Tutto accadrà in tempo reale tramite IoT e cloud.

Una sorta di virtuale banca dati dei parcheggi liberi con la localizzazione precisa del posto e dello spazio a disposizione per il posteggio.
Sono i sensori a ultrasuoni i veri protagonisti di questa sperimentazione già iniziata all’interno di taxi e mezzi pubblici che circolano costantemente ed esplorano la strada viaggiando a velocità fino a 55km/h.

Quello che accade una volta che i posti disponibili vengono localizzati è una semplice trasmissione con connessione sicura dei dati raccolti. Le informazioni vengono inviate dal Daimler Vehicle Backend al Bosch IoT Cloud per essere analizzate.

A quel punto gli spazi identificati come liberi vengono analizzati per capire se sono effettivamente parcheggi utilizzando attività di data-mining.
Questo è utile ad esempio per escludere che una continua segnalazione di un posto libero su una strada particolarmente frequentata non sia solo un passo carrabile piuttosto che un parcheggio effettivo.

Le vetture del marchio Mercedes, e qui nasce appunto l’intuizione, sono giù connesse tra loro tramite una rete intelligente, se quindi fossero anche equipaggiate con i giusti sensori, sarebbe possibile generare dati in grado di fornire le informazioni necessarie sulle strada circostante e dunque anche sulla presenza di parcheggi e spazio libero.

Rendere il momento del parcheggio un’attività condivisa, questa la scommessa dei due colossi Bosch e Mercedes. Non ci resta che attendere.

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Dropbox, leak di oltre 68 milioni di account

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Negli ultimi mesi il problema delle cyber-intrusioni è estremamente sentito dagli utenti ma soprattutto da coloro che erogano servizi internet: in ordine di tempo, le violazioni più clamorose sono state subite da MySpace (360 milioni di account violati e 427 milioni di password messe in vendita), LinkedIn (164 milioni di utenti colpiti) e Tumblr (65 milioni di password compromesse).
Ora anche Dropbox, il popolarissimo servizio di archiviazione file in cloud, si aggiunge alla lista delle vittime eccellenti.
Infatti è stato notificato dall’azienda un leak (sottrazione) del proprio database di 68 milioni di account risalente alla metà del 2012: per oltre 4 anni tutti coloro che non avevano cambiato la password d’accesso sono stati quindi a rischio.

Dropbox: il leak non riguarda direttamente le password

Durante questo periodo di tempo i criminali informatici hanno potuto provare a ricavare le password d’accesso dai dati a loro disposizione, ossia dall’hash.

Un codice hash è un codice a lunghezza fissa generato da una funzione matematica non reversibile che, nella fattispecie, serve all’autenticazione in quanto identifica in modo univoco la password.
Sebbene teoricamente dall’hash non sia possibile identificare facilmente le informazioni a cui è riferito (e quindi nel caso di specie la password) nella pratica il rischio c’è ed è significativamente aumentato in occorrenza di password più deboli come ad esempio 123456.

Secondo i portavoci dell’azienda comunque la violazione non ha portato ad accessi indesiderati ad alcun account ma è stato richiesto, a titolo precauzionale, a tutti coloro che non hanno cambiato la password dalla metà del 2012 di aggiornarla al primo accesso.

Quanto accaduto deve suggerire alcuni accorgimenti che consigliamo di seguire prontamente anche per altri servizi:

  1. Per ogni servizio utilizzato usare una password diversa in modo che, qualora quell’account risulti compromesso, non vi sia il rischio potenziale che anche altri servizi siano accessibili da parte di malintenzionati.
  2. Abbandonare le password facilmente individuabili (es. 123456) e impiegare password di 8 o più caratteri possibilmente miste lettere e numeri, utilizzando maiuscole e minuscole e, possibilmente, anche simboli come ad esempio %, & o $.

Ovviamente è buona norma tenere un elenco delle password in un file di testo o excel, al sicuro all’interno di un’area protetta e, possibilmente, non accessibile dal web.

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