L’Estonia si prepara ad avere una propria moneta digitale

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L’Estonia si prepara ad essere la prima nazione al mondo ad avere una propria moneta digitale in grado di essere utilizzata per scambi globali.

Il Paese, nel corso dell’ultimo ventennio, è diventato il più tecnologico d’Europa grazie ad una serie di misure ma soprattutto una visione lungimirante del proprio Governo: si contraddistingue infatti per una presenza massiccia e diffusa della banda larga, una grande concentrazione di popolazione e talenti (soprattutto nella città di Tallin), molte agevolazioni per chi è interessato ad avviare una nuova attività in particolare modo se tecnologica e infine un programma di cittadinanza digitale fra i più innovativi e avanzati al mondo.

Vale la pena infatti ricordare che nel 2015 l’Estonia ha lanciato la propria eResidency, ossia una residenza elettronica per cui chiunque può diventare cittadino estone e aprire un’impresa in poco tempo senza dover effettuare fisicamente alcun ingresso nel Paese.

Non solo, nel giugno 2017 ha annunciato di essere in procinto di aprire un primo data center in Lussemburgo, per garantire la ridondanza di dati in caso di attacco o disastro, che avrà le medesime regole di protezione e autonomia che si applicano ad ambasciate estere.

Est Coin, la prima valuta digitale creata da uno Stato

Ora, in affiancamento alla residenza elettronica, è la volta della moneta elettronica.

Si chiama Est Coin ed è, a tutti gli effetti, la prima moneta virtuale creata da uno Stato: l’infrastruttura digitale sarà finanziata, sviluppata e regolata dal governo estone.

L’Est Coin sarà una valuta utilizzabile a livello globale, come confermato dal blog di Kaspar Korjus, il direttore del programma di eResidency del Governo estone, e il progetto è supportato anche dal fondatore del sistema per le transazioni monetarie Ethereum.

La sicurezza sarebbe garantita, oltre che dai soliti protocolli di sicurezza in materia di valute digitali, anche dal fatto che gli unici a poter gestire la moneta virtuale estone potrebbero essere coloro i quali siano in possesso di un’identità digitale estone affinché, appunto, il sistema di transazioni sia del tutto trasparente e affidabile.

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Casa del cittadino, a Bari una piattaforma digitale per governare meglio il Comune

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Il Comune di Bari, all’interno del programma di digitalizzazione dei processi amministrativi, sta progettando una serie di iniziative grazie alle risorse del Programma Operativo Nazionale per Città Metropolitane 2014-2020.

Fra queste spicca il progetto che l’Amministrazione locale ha battezzato come Casa del cittadino che rappresenta il cuore dell’Agenda Digitale del Comune di Bari 2016-2018.

Si tratta di un’iniziativa che punta a rivoluzionare il rapporto tra amministrazione e cittadini incentivando la piena partecipazione digitale sulle priorità della città grazie a strumenti tecnologici in grado di favorire il dibattito pubblico.

L’obiettivo è uno snellimento, nella massima trasparenza, del dialogo tra istituzioni e portatori di interesse locali.

Casa del cittadino: un luogo virtuale per esaltare la partecipazione alla vita della città

La Casa del cittadino del Comune di Bari punta ad attivare ambienti di discussione virtuali sui principali temi dell’agenda urbana dotando i cittadini di strumenti come le petizioni online, laboratori di co-progettazione, le consultazioni certificate o il crowdfunding civico.

In questo modo i cittadini potranno esprimere le proprie opinioni orientando le scelte dell’Amministrazione nel pieno rispetto dell’autonomia del Comune e del bisogno evidente di valorizzazione della partecipazione civica ai processi decisionali.

Si può parlare quindi di una vera e propria piattaforma abilitante dedicata alla eDemocracy che il Comune di Bari sta integrando in modo nativo nel portale comunale al fine di garantire il pieno esercizio dei diritti di cittadinanza digitale a quanti vorranno fornire pareri sull’operato dell’Amministrazione o elaborare proposte in forma singola o collaborativa che partano dal basso.

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Online il portale open data della Regione Siciliana

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La Regione Siciliana ha pubblicato il proprio portale ufficiale dedicato agli open data con l’intenzione di creare le fondamenta per un modello di open government data dell’intero territorio regionale.

Il portale, raggiungibile al sito dati.regione.sicilia.it è uno strumento di primaria importanza per la corretta valorizzazione del patrimonio informativo pubblico.

Esso infatti consente di poter consultare dati pubblici in formato aperto e incentivarne il riuso per favorire trasparenza e facilità di accesso alle informazioni prodotte ed elaborate dalla PA regionale.

La piattaforma tecnologica si basa sulla soluzione open source CKAN (Comprehensive Knowledge Archive Network) sviluppata dalla organizzazione no profit Open Knowledge Foundation ed adottata anche da varie altre regioni italiane tra le quali Emilia Romagna, Toscana, Sardegna, Marche, Basilicata, Lazio, Puglia, Umbria e Veneto.

Open data per tutto il territorio

Si tratta dell’avvio di un progetto ad ampio respiro che vuole portare gradualmente ad arricchire la capacità del territorio siciliano di catalizzare dataset

L’obiettivo progettuale è la pubblicazione, attraverso un processo graduale, di dataset di titolarità della Regione Siciliana e di altre pubbliche amministrazioni del territorio regionale che consentano la realizzazione di sinergie con tutti i soggetti, anche privati, coinvolti nell’erogazione dei servizi pubblici.

Il portale open data della Regione Siciliana si inquadra nelle iniziative concernenti l’Agenda Digitale regionale all’interno delle misure previste dal Piano triennale per l’informatica nella PA 2017 – 2019 (Allegato 5 – Paniere dataset open data, componente regionale) ed è curato dall’Assessorato dell’economia con il supporto dell’Ufficio per l’attività di coordinamento dei sistemi informativi regionali e l’attività informatica della Regione e delle pubbliche amministrazioni regionali.

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SPC, al via la federazione delle infrastrutture digitali della PA

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La Pubblica Amministrazione italiana si dota di un nuovo strumento a vantaggio dei cittadini per snellire l’erogazione dei servizi digitali e attuare la propria trasformazione digitale.

Grazie all’accordo relativo al Lotto 4 del contratto quadro del Sistema Pubblico di Connettività tra il raggruppamento temporaneo d’imprese (Almaviva, Almawave, Indra e PwC) e Consip, si completa l’iter che prevede la possibilità, da parte della PA, di richiedere l’attivazione di portali e servizi digitali.

Il vantaggio è che ogni PA, dal Ministero fino al piccolissimo Comune, può effettuare la richiesta di attivazione di uno specifico servizio on line che verrà abilitato nel giro di un paio di mesi dalla richiesta senza dover passare attraverso l’iter burocratico di gare e aggiudicazioni, spesso fonte di ricorsi e lungaggini amministrative. e abbattendo i costi.

La piattaforma permetterà ai cittadini e alle imprese di accedere a ciascun servizio abilitato anche con un’applicazione attraverso il proprio smartphone o tablet.

I servizi digitali attivabili riguardano settori nevralgici come l’anagrafe (fra cui la richiesta dei certificati, residenza, stato civile, …), il controllo dei tributi, il pagamento delle multe ma anche l’accesso al fascicolo digitale del cittadino, quello sanitario elettronico, l’interazione con i Centri Unici per la Prenotazione (CUP) e l’accesso ai musei.

SPC: un sistema per l’abbattimento dei costi della PA relativi al digitale

Grazie a questa nuova opportunità, la PA si appresta ad eliminare le soluzioni in-house di ogni singolo ente e garantire l’interoperabilità dei sistemi che saranno perfettamente integrati con SPID e la piattaforma PagoPA.

Qualunque Comune, sia esso una grande città come Milano o un piccolo Comune della provincia, potrà avere i medesimi servizi.

Le Pubbliche Amministrazioni interessate potranno aderire al contratto quadro tramite l’apposito sito www.spclotto4.it presentando un piano dei fabbisogni.

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La Sicilia accelera la digitalizzazione attraverso i piccoli Comuni

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Nelle ultime settimane la Sicilia è risultata estremamente attiva sul fronte del digitale grazie ad una serie di accordi e programmazioni che hanno l’obiettivo di accelerare la diffusione della digitalizzazione nell’isola.

In particolare c’è stata una notevole accelerazione relativamente agli obiettivi dell’Agenda Digitale siciliana.

L’Agenda Digitale è una delle iniziative a livello europeo e recepita dagli Stati membri che ha come obiettivo lo sfruttamento del potenziale delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione per favorire l’innovazione, la crescita economica e la competitività.

In Sicilia il programma dell’Agenda Digitale ruota attorno alla possibilità di abilitare digitalmente i piccoli Comuni con il fine ultimo di ottenere la piena digitalizzazione della PA raggiungendo l’Obiettivo Tematico 2 del Programma Operativo Fesr 2014-2020.

ANCI Sicilia e Regione Siciliana insieme per la digitalizzazione

Per farlo, ANCI Sicilia e la Regione Siciliana hanno sottoscritto un protocollo d’intesa per incentivare l’aggregazione e la condivisione delle piattaforme.

Tramite l’adozione di piattaforme comuni e la razionalizzazione delle banche dati pubbliche infatti, è possibile creare un’efficiente rete tecnologica che agisca di concerto con la disponibilità di strutture fisiche di collegamento come la nuova rete WiFi°Italia°it che ha visto recentemente l’adesione della Sicilia.

Il protocollo prevede anche azioni di supporto per i Comuni nella gestione dei tributi locali e la revisione dell’attuale PGT attraverso lo studio di norme che favoriscano le aggregazioni volontarie tra comuni.

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eGovernment, i Comuni italiani ancora indietro

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Non cambia la situazione dei Comuni italiani per quanto riguarda le politiche di eGovernment adottate, nonostante il forte impulso a livello centrale per cercare di innovare la Pubblica Amministrazione e, di conseguenza, portare il digitale anche alle amministrazioni locali.

L’eGovernment, o anche amministrazione digitale, in Italia sta crescendo lentamente e in modo frammentato a causa di una mancanza di coordinamento e della carenza di competenze specifiche ma anche per una diffusa abitudine da parte degli enti locali di non riuscire a fare rete.

Questa è in sintesi lo scenario emerso dall’Osservatorio eGovernment della School of Management del Politecnico di Milano secondo cui gli investimenti in innovazione digitale rimarranno invariati nel 2017 per oltre il 60% delle amministrazioni locali.

Soltanto nel 44% dei Comuni è attivo un processo di innovazione mentre esclusivamente nel 22% esiste un delegato tecnico all’eGovernment.

La scarsa diffusione dell’eGovernment è un problema culturale

Di più, il 69% degli enti non ha mai effettuato sviluppo di soluzioni informatiche e ben il 38% ammette che le soluzioni informatiche precedentemente realizzate non sono più impiegate in parte per scarsità di risorse economiche ma soprattutto per le resistenze culturali interne.

Va considerato inoltre che nello scenario sistemico, solo il 4% dei Comuni, la maggior parte di grandi dimensioni, è avanzato in materia di servizi digitali: ben il 35% risulta totalmente non digitalizzato e, di conseguenza, il 30% della popolazione italiana non può fisicamente, a prescindere dalle competenze dei singoli cittadini, interagire digitalmente con la PA locale.

Al contrario si osserva una diffusione dell’ePayment: il 59% delle amministrazioni locali ha avviato pratiche di adesione al circuito PagoPa mentre non è ancora omogenea la digitalizzazione degli Sportelli Unici delle Attività Produttive (SUAP).

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Giustizia, cosa cambia con il Piano Triennale

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La digitalizzazione del sistema giudiziario è un passo imprescindibile per lo snellimento della Pubblica Amministrazione e per il rilancio del Paese.

Si tratta certo di un aspetto strategico per il destino dell’Italia tanto che vi sono diversi riferimenti nel Piano Triennale per l’Informatica nella Pubblica Amministrazione messo a punto da Agid in collaborazione con il Team digitale di palazzo Chigi guidato da Diego Piacentini e approvato lo scorso 31 maggio.

In primo luogo la riservatezza delle intercettazioni entra a pieno titolo nel Piano Triennale con specifiche previsioni per rendere sicuro ma anche tracciabile ogni passaggio di mano delle suddette.

Ma anche policy di cybersicurezza, multi video conferenza, pagamenti telematici e portali web per la gestione di alcune procedure giudiziarie.

La vera rivoluzione però risiede nella destrutturazione degli interventi sulla base di specifiche aree di interesse o ecosistemi: dalla sanità all’agricoltura, dalla scuola ai beni culturali.
Ciascuna area può includere diversi domini che coinvolgono enti e organismi pubblici ma anche soggetti privati che operano nella stessa area di interesse per il raggiungimento di obiettivi comuni attraverso la condivisione delle esigenze e delle modalità operative, la condivisione delle differenti competenze e la pianificazione e la realizzazione di progetti ICT.

Così ad esempio l’ecosistema Finanza pubblica che include l’Agenzia delle Entrate, le Regioni, la Guardia di Finanza e, lato soggetti privati, commercialisti, CAF, avvocati e fiscalisti.

L’ecosistema Giustizia nel Piano Triennale

Nel caso dell’ecosistema Giustizia si attende la nomina di un Responsabile per la transizione alle modalità operative digitali e l’istituzione di un Gruppo di Lavoro per la gestione e lo sviluppo tecnologico dell’ecosistema stesso.

Le progettualità saranno legate al Processo civile telematico, al Processo tributario telematico, al Processo penale telematico, al Processo amministrativo telematico nonché alla costituzione dei Punti di accesso per fornire ai soggetti abilitati esterni all’ecosistema i servizi di connessione al portale dei servizi telematici.

Inoltre è prevista l’adesione al sistema PagoPa per il pagamento del contributo unificato e spese di giustizia, alla modifica delle reti di trasporto delle intercettazioni per garantire sicurezza e alla conservazione degli atti giudiziari.

A settembre invece sarà operativo il Portale delle vendite giudiziarie.

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Agi e Censis presentano il primo rapporto sulla reazione degli italiani all’innovazione

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L’Italia continua ad essere in ritardo per quanto concerne l’innovazione tecnologica benché la direzione sia quella corretta, anche grazie alle recenti migliorie integrate nella legge di bilancio 2017 e grazie al piano nazionale Industria 4.0.

Questo è, in sintesi, lo scenario che emerge da Uomini, robot e tasse: il dilemma digitale, il primo di quattro rapporti che Agenzia Italia e Censis dedicheranno nel corso del 2017 a specifici temi di attualità.

Il rapporto, presentato al Maxxi di Roma in occasione dell’#internetday grazie al patrocinio di Confindustria Digitale, è chiaro: la classifica del World economic forum posiziona l’Italia al 45esimo posto su un totale di 139 Paesi in relazione all’impatto della società dell’informazione sulla competitività.

Di più, quanto a politiche in favore dell’ICT, la posizione in classifica scende al 108esimo posto data l’evidente mancanza di efficacia delle politiche di e-government.

La popolazione si rende conto del ritardo digitale italiano

I dati non sono freddi numeri in un report, sembrerebbe infatti che sia largamente diffusa la consapevolezza del ritardo italiano sul fronte del digitale e dell’innovazione dei processi.
Il 44,6% degli italiani pensa che l’Italia, nonostante sparuti casi di successo, non riesca a mantenere il passo di altre nazioni più evolute e quindi il gap sia destinato ad allargarsi.
Dei restanti, solo il 9,8% ritiene invece che si stia registrando una controtendenza rispetto all’ultimo decennio mentre il 15,3% pensa che l’Italia stia letteralmente sprofondando tra i Paesi più arretrati dell’Europa.

Quest’ultima sensazione trova riscontro nella posizione dell’Italia secondo il DESI 2017.

La strategia migliore per recuperare posti in classifica prevede un’accelerazione decisa nei programmi di digitalizzazione della amministrazione pubblica e una seria politica di investimenti, anche pubblici, nella ricerca e sviluppo per migliorare i progetti e i meccanismi di acquisto di beni e servizi tecnologici nonché la costituzione e crescita di nuove startup digitali.

L’evento è rivedibile sul canale di YouTube di Agi:

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Le identità digitali SPID raggiungono quota un milione

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Le notizie degli ultimi mesi circa la diffusione di SPID, il sistema di identità digitale, non erano tra le più felici.

Di fatto si era ben lontani dai traguardi prospettati dal Governo Renzi, tanto che in più riprese AgID si è dovuta prodigare in appositi piani per spingere la diffusione di SPID da parte della popolazione, fra cui l’iniziativa 18app e la carta del docente.

SPID cresce nell’ultimo periodo

Nel corso dell’ultimo periodo tuttavia c’è stata una notevole impennata delle iscrizioni tanto che AgID ha comunicato di aver raggiunto quota un milione oltre ad un’ulteriore crescita del numero dei servizi disponibili tramite SPID: ne è un esempio la possibilità, dal 16 gennaio, di utilizzare le credenziali SPID per accedere al servizio online del MIUR per l’iscrizione dei propri figli alle prime classi delle scuole primarie e secondarie di primo e secondo grado per l’anno scolastico 2017-2018.

Ma va ricordato che dai primi mesi del 2017 oltre ai 4.273 servizi già disponibili da parte di 3.720 amministrazioni pubbliche, SPID potrà essere usato per richiedere l’anticipo finanziario a garanzia pensionistica (Ape).

La crescita delle registrazioni SPID è notevolmente incrementata da novembre con oltre 500mila nuove identità in circa 40 giorni: basti pensare che nell’ultima settimana dal 4 al 10 di gennaio le nuove iscrizioni sono state ben 70mila.

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L’ISTAT conferma un incremento dei servizi digitali nella PA

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L’ISTAT conferma un incremento dei servizi digitali nella PA, ma i comuni più piccoli sono in ritardo.

La Pubblica Amministrazione digitale italiana sta crescendo: questo è il dato che emerge dall’ultima indagine ISTAT che riguarda riguarda il monitoraggio delle Pubbliche Amministrazioni locali (PAL).

La dimensione del Comune è correlata alla disponibilità di servizi digitali

L’aspetto più significativo è che l’adozione di tecnologie più sofisticate è correlata in modo positivo con l’ampiezza demografica dell’area territoriale di riferimento dell’ente: di fatto la dimensione del Comune di appartenenza è la discriminante.

Pertanto, nel dettaglio, sono i Comuni significativamente più piccoli ad essere penalizzati nel ricorso e l’uso delle nuove tecnologie.

Il dato è rapportabile anche all’età media della popolazione che, nei Comuni dimensionalmente più piccoli, è sostanzialmente più alta e quindi concentra persone tipicamente resistenti alla tecnologia.

Essere resistenti alla tecnologia comporta la mancanza di una forte domanda e sollecitazione per la Pubblica Amministrazione ad innovare.

Il report evidenzia come permanga negativa la condizione della qualità della connettività Internet che vede l’86,7% delle PA connesse a velocità di almeno 2 Mbps e solo il 17,4% già dotata di fibra ottica.
Sul fronte della connettività Wi-Fi invece a sorpresa un Comune su due (il 52,5%) offre punti di accesso Wi-Fi gratuiti e liberi per poter navigare.

Meno rassicurante invece è la gestione in-house dei servizi digitali: quasi ogni ente si avvale, oltre che di personale proprio, anche di fornitori esterni.
Considerando la centralità e la strategicità dell’erogazione di servizi digitali, sarebbe auspicabile che ci fossero maggiori risorse al fine di poter effettivamente virare i servizi di gestione delle pratiche da e per i cittadini interamente online.

Nei Comuni infatti c’è ancora grande carenza di servizi digitali per le relazioni con il pubblico (soprattutto SMS e call center), la gestione dei concorsi e delle gare di appalto, le iscrizioni agli asili, la gestione delle contravvenzioni o delle visure catastali, il pagamento del parcheggio e la prenotazione di servizi turistici.

Insomma, un passo in avanti ma ancora non sufficiente considerando che la PA dovrebbe essere pronta per lo switch-off verso il digitale, abbandonando la carta, almeno stando ai dettami della riforma Madia.

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