Domicilio digitale, scatta l’obbligo per imprese e professionisti

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Da oggi 1° ottobre 2020 scatta ufficialmente l’obbligo per imprese e professionisti di dotarsi del domicilio digitale.

In coerenza con l’articolo 37 del Decreto Semplificazioni (D.L. 76/2020), così come modificato dalla Legge 11 settembre 2020, n. 120, tutte le imprese e i professionisti sono tenuti a comunicare al Registro delle Imprese il proprio domicilio digitale se non hanno già provveduto in precedenza.

Al momento l’operazione prevede solo la comunicazione di un indirizzo di Posta Elettronica Certificata (PEC) visto che il domicilio digitale ricomprenderebbe anche i Servizi elettronici di recapito certificato qualificato (Sercq), come da specifiche eIDAS, che però non sono ancora stati attuati nel nostro ordinamento.

Il provvedimento mira a diffondere l’uso delle tecnologie e a migliorare il percorso di semplificazione e di comunicazione tra imprese, professionisti e pubbliche amministrazioni: tramite l’elezione del domicilio digitale è possibile inviare e ricevere notifiche certe aventi valore legale.

L’iscrizione del domicilio digitale presso il Registro Imprese e tutte le eventuali successive modificazioni sono totalmente gratuite in quanto esenti dall’imposta di bollo e dai diritti di segreteria.

Per effettuare la registrazione è sufficiente che il titolare o il legale rappresentante dell’impresa si colleghi alla piattaforma dedicata oppure seguire le indicazioni rese note dalla Camera di commercio ove ha sede la propria impresa.

Per verificare se la propria posizione è in regola, è sufficiente che il legale rappresentante dell’azienda si colleghi al portale INI-PEC e inserisca il codice fiscale della propria attività.

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Attacco hacker alla PEC, violati 500 mila account di posta

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Si tratta del più imponente attacco alle infrastrutture di telecomunicazioni, considerate sicure, che l’Italia ha dovuto affrontare nell’ultimo periodo: la situazione, definita allarmante, ha portato il Governo a promuovere l’immediata modifica della password della propria casella PEC.

L’allarme arriva dal responsabile della cybersicurezza italiana presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri ed è correlato ad un gravissimo attacco informatico che ha esposto 500.000 caselle PEC, la posta elettronica certificata, ospitate presso un noto fornitore del servizio che non è stato indicato ma dovrebbe essere il centro dati Telecom di Pomezia.

Dalle prime indagini gli hacker sarebbero in possesso degli identificativi PEC di 98.000 utenti tra magistrati, militari e funzionari del Cisr: l’attacco, cominciato il 12 novembre e proveniente dall’Estero, ha determinato il blocco precauzionale dei servizi di posta elettronica e fatto scattare le prime contromisure, come la chiusura dei tribunali i cui operatori sono stati colpiti.

Attacco hacker alla PEC, nessuna perdita di tati

Non è stata evidenziata alcuna perdita di dati ma essendo stati coinvolti oltre 3000 operatori appartenenti a categorie che usano la PEC per inoltrare atti amministrativi, circolari, ordini di servizio, leggi, avvisi e multe è possibile che le caselle violate vengano impiegate per impersonare autorità e dare ordini fasulli.

La direttiva impartita è stata quindi quella di cambiare la password delle proprie caselle PEC in quanto l’episodio è sicuramente allarmante dal momento che l’attacco ha interessato infrastrutture considerate sicure: ricordiamo che un profilo di sicurezza per la propria password prevede una combinazione casuale di lettere, numeri e simboli anche utilizzando l’alternanza di minuscole e maiuscole per un totale di 20 caratteri.

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PEC, in aumento la diffusione fra privati

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L’Agenzia per l’Italia Digitale e Aruba, uno dei principali gestori accreditati per l’erogazione del servizio, hanno pubblicato gli ultimi dati relativi alla diffusione del servizio di posta elettronica certificata.

Dopo circa otto anni dal suo lancio, la PEC sta aumentando i propri numeri in modo significativo.

Il servizio di posta elettronica certificata è una particolare soluzione di posta elettronica che consente di certificare la data di invio e ricezione della comunicazione, similarmente a quello che avviene per una raccomandata con ricevuta di ritorno.
Questo strumento, nelle intenzioni, avrebbe dovuto ridurre ampiamente il numero di raccomandate circolanti e velocizzare soprattutto le procedure di comunicazione fra pubblico e privato: purtroppo però la diffusione è sempre stata osteggiata da una sostanziale resistenza, o almeno fino ad oggi.

Stando agli ultimi dati pubblicati, le caselle PEC attive in Italia sono 8,5 milioni e vengono utilizzate prevalentemente a scopo professionale.

Di queste, il 32% appartiene ad aziende, il 21% a ditte individuali, un 8% si riferisce a liberi professionisti mentre il 39% è riferito a privati.

PEC anche fra privati

Il dato più interessante però è relativo alla crescita del numero di caselle PEC fra privati che è stati pari al 9% nel corso del 2017: questo fatto testimonia un aumento di consapevolezza dei vantaggi derivanti dall’uso della posta elettronica certificata anche perché il numero di mail spedite da indirizzi PEC appartenenti a privati è notevole.

L’aumento del traffico di e-mail certificate da parte di privati si attesta su un +11%.

Le regioni più attive per quanto concerne il numero di PEC attive sono la Lombardia (13,4%), seguita da Lazio (13,1%), Campania (9,5%), Sicilia (8,5%), Puglia (7,6%) e Veneto (7,4%).

Il comunicato stampa è disponibile qui.

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Via libera al domicilio digitale per i cittadini

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La Pubblica Amministrazione cambia grazie all’innovazione e così cambiano anche le abitudini del cittadino.

Nella bozza del decreto correttivo del CAD, il Codice dell’Amministrazione Digitale che è in esame al Consiglio dei Ministri, compare una marcata innovazione che riguarda la domiciliazione del cittadino.

Via libera infatti al domicilio digitale, l’indirizzo online attraverso il quale ognuno potrà essere raggiunto dalla Pubblica Amministrazione in modalità alternativa alla vecchia casella di posta elettronica.

Il cittadino potrà, se interessato, eleggere un indirizzo elettronico che vorrà utilizzare come domiciliazione digitale: da quel momento diventerà l’unico canale di comunicazione con le pubbliche amministrazioni, dove ricevere ogni tipo di notifica e comunicazione comprese le multe.

Il domicilio funzionerà a tutti gli effetti come posta elettronica certificata o servizio elettronico di recapito in linea con le regole Ue e avrà validità per ogni canale di comunicazione via web che rispetti le regole europee in materia di sicurezza.

Per erogare il domicilio digitale è prevista la realizzazione di un’infrastruttura, comprensiva di un portale online ad hoc, che conterrà un indice di tutti i domicili digitali: la piattaforma prenderà il via nel 2018 per entrare a regime nel corso del 2019.

Il cittadino potrà comunicare il proprio domicilio digitale in tre modalità differenti: il portale web dedicato, tramite autenticazione via SPID o Carta nazionale dei servizi (Cns), il trasferimento nel registro della PEC presente su Ini-Pec oppure utilizzando, sempre tramite autenticazione via SPID o Carta nazionale dei servizi (Cns), specifiche sezioni dei portali nazionali di servizio dedicati al cittadino.

La modifica al decreto prevede anche l’introduzione di un unico difensore civico per il digitale, istituito presso l’Agenzia per l’Italia Digitale, che sostituisca la moltiplicità di garanti attualmente presenti (uno per singola Pubblica Amministrazione).

Si è deciso quindi di non attendere il pieno funzionamento dell’ANPR, l’Anagrafe Nazionale della Popolaziona Residente, recentemente ripartita grazie all’impegno del Team per la Trasformazione Digitale che si è proposto di attuarla in tempi celeri nonostante alcune resistenze data la sua complessità operativa.

L’ANPR infatti è un database strutturato che riunisce le singole anagrafi comunali ed è attualmente in fase di test presso alcuni Comuni pilota, anche di medio-grandi dimensioni, ma è lontana dalla piena operatività per tutta la nazione.

Il domicilio digitale rappresenta un grosso risparmio per la Pubblica Amministrazione

Il domicilio digitale, che richiederà una PEC o il possesso dello SPID, rappresenterà un risparmio potenziale di circa 250 milioni di euro per le casse pubbliche.

La Pubblica Amministrazione infatti non dovrà più sostenere i costi per produrre, conservare, trasmettere documenti cartacei, né altri costi, diretti (carta, toner, buste, etc.) e indiretti (costo del lavoro, tempo per attività manuali, tempo impiegato dal destinatario in caso di assenza per recuperare una raccomandata, etc.).

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Nuove regole per gli operatori di telecomunicazioni

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In seguito alla delibera del Consiglio dell’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni, ossia l’AgCom, l’unità temporale per la cadenza di rinnovo e fatturazione dei contratti di rete fissa deve essere il mese e non, come sta avvenendo sempre più frequentemente, una modulazione su base settimanale (solitamente 4 settimane).

Questa decisione è fortemente voluta affinché l’utente possa avere una corretta e trasparente informazione sui consumi fatturati e un tempo di invarianza nel rinnovo del presso offerto dagli operatori.

Secondo l’Autorità infatti una imputazione dei costi dei servizi fatturati agli utenti su un periodo diverso da quello mensile riduce le condizioni di trasparenza e corretta informazione per gli utenti.

Se per la telefonia fissa è stato stabilito il mese come unità temporale, nel caso della telefonia mobile questo periodo non può essere inferiore a 28 giorni: nel caso di offerte convergenti che coinvolgano la telefonia fissa, prevale la cadenza prevista per questa ossia su base mensile.

Le nuove regole dovranno essere applicate entro luglio.

Infine, il Consiglio dell’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni si è pronunciato anche sull’identificazione del credito residuo: l’operatore di TLC dovrà permettere di poterlo individuare tramite una pagina ad accesso riservato consultabile nel proprio sito web o tramite un’applicazione dedicata e attraverso un messaggio informativo inviato dal numero telefonico di assistenza clienti o via sms gratuito.

La PEC come migliore mezzo per dare disdetta o effettuare la migrazione

Qualora l’utente volesse, per ragioni di opportunità, procedere alla disdetta del proprio contratto e passare ad altro operatore, la via più opportuna per farlo è tramite PEC.

Se da un lato gli operatori di fatto suggeriscono il ricorso alla raccomandata con ricevuta di ritorno per un’evidente maggiore difficoltà di portare a termine la procedura, è possibile nonché consigliabile utilizzare la PEC.

Il costo di una raccomandata con ricevuta di ritorno è di almeno 5 euro mentre un abbonamento PEC annuale, che permette di inviare e ricevere infinite raccomandate, è disponibile a circa 6 euro.

La PEC permette di conservare il dato senza il rischio di perderlo anche perché il fornitore del servizio PEC ha l’obbligo di conservare ogni dato per diversi anni.

Inoltre certifica il contenuto della comunicazione (aspetto non garantito dalla raccomandata tradizionale) e certifica invio e conferma di ricezione che avviene quasi immediatamente.

Il problema più comune è però la difficoltà di individuare l’indirizzo dei fornitori.

Per ovviare al problema esistono due portali di riferimento su cui è possibile individuare velocemente queste informazioni costantemente aggiornate, per legge.

Il primo è il sito web di Registro Imprese mentre il secondo è il portale dedicato inipec.go.it del Ministero per lo Sviluppo Economico sul quale è sufficiente digitare il codice fiscale dell’azienda, che si può trovare in fattura o sui siti web ufficiali correlati, per ottenere l’indirizzo desiderato.

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